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Comunicati Stampa

Superato il battesimo di fuoco, come sono stati i suoi primi quattro mesi da consigliere regionale?

 Innanzitutto ho dovuto prendere confidenza con il nuovo ambiente, diverso da quello che avevo frequentato come consigliere provinciale e, ancor prima, da sindaco di un piccolo centro. Inoltre sono stato nominato consigliere segretario dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, fatto che ha comportato un ulteriore ambientamento nel nuovo ruolo, in questo aiutato dalla gentilezza e competenza dei funzionari regionali. L’impressione generale, per quanto riguarda l’attività politica, è che in Consiglio regionale spesso si sprechi del tempo prezioso in discussioni accademiche che non tengono conto del difficile momento che il Paese sta vivendo. Tante riunioni sono “saltate” per la mancanza del numero legale, le discussioni in Aula sembrano gare di oratoria che mancano però della concretezza necessaria ad affrontare i temi che stanno a cuore ai piemontesi.

Appena giunto a Palazzo Lascaris come tutti i suoi colleghi si è trovato di fronte al pasticcio delle liste presentate a sostegno di Roberto Cota, al pronunciamento del Tar e del Consiglio di Stato che potrebbe compromettere il cammino della legislatura. L’Italia dei Valori che giudizio da di questa vicenda?

L’Italia dei Valori da sempre si schiera contro il modo di operare da “prima Repubblica” dei partiti, figuriamoci in casi come questo, con le rilevanze penali che sono state avanzate. Purtroppo, quello che è successo con le liste che sostenevano Cota si inquadra in un generale malcostume al quale gli italiani sembrano aver fatto l’abitudine. Non dimentichiamoci quanto è successo nel Lazio e in Lombardia in campagna elettorale, con liste presentate fuori tempo massimo e riammesse successivamente e irregolarità tali da mettere fuori gioco partiti di governo che nell’occasione hanno dimostrato o dabbenaggine o totale spregio dei cittadini. Personalmente, tornando al Piemonte, sono fiducioso nell’operato dei giudici. L’unica riflessione che vorrei fare sull’argomento è che i controlli e le verifiche dovrebbero essere fatte al momento della presentazione delle liste. Così facendo si sarebbe evitato tutto il caos successivo e non si sarebbe rischiata una situazione come quella che stiamo vivendo in Piemonte, con una giunta regionale di fatto delegittimata a governare con la conseguente fase di stallo che impedisce alla politica di operare correttamente a favore dei piemontesi.

Se dovesse presentare il lavoro fatto da lei e dai suo colleghi dell’Italia dei Valori in questo primo periodo cosa si sentirebbe di dire?

Abbiamo cercato di mettere in atto quella che consideriamo una opposizione costruttiva. Siamo all’opposizione ma questo non vuol dire che si debba dire sempre e solo di no. Sino ad ora, quando abbiamo ritenuto che le decisioni prese dalla giunta regionale andassero a favore dei piemontesi abbiamo dato il nostro appoggio. Per il resto, sono trascorsi pochi mesi per poter tracciare un primo consuntivo di quanto abbiamo fatto sino ad ora come IdV. Credo che con la fine dell’anno sarà più facile rispondere a questa domanda.

Lei è molto presente in provincia di Cuneo. Ci ricorda come si è sviluppato il suo impegno per il territorio che l’ha eletto?

Non mi sono mai occupato di politica e avrei continuato tranquillamente a farlo se non fosse piombato sulla scena Antonio Di Pietro. Italia dei Valori mi ha colpito perché non è il classico partito politico ma è portatore di un nuovo modo di pensare la politica, mettendo al centro dell’attenzione i cittadini. D’altra parte Di Pietro ha rappresentato una sorta di eroe popolare durante “Mani pulite”, periodo in cui la Prima Repubblica sembrava essere giunta al capolinea. Così mi sono avvicinato all’IdV di cui sono stato rappresentante cittadino a Cuneo. Sono diventato sindaco di Cervasca a capo di una lista civica e, successivamente, consigliere provinciale dell’Italia dei Valori. Alle politiche del 2001 sono stato candidato al senato e sono risultato il primo degli esclusi e ora rappresento la provincia di Cuneo e il partito in Consiglio regionale. Per quanto riguarda il mio essere molto presente in provincia di Cuneo, si tratta del modo migliore per rimanere a contatto con i problemi della gente. Non mi piace la politica dei palazzi, preferisco quella sul territorio, l’unico modo valido per confrontarsi con la realtà in cui viviamo.

La politica sembra fatta più per dividere che per lavorare all’unisono per risolvere i problemi dei cittadini. Come sono i suoi rapporti con gli altri “cuneesi” a Torino e come giudica il lavoro degli assessori Cirio, Sacchetto e Casoni?

Come ho già detto, personalmente cerco di evitare le posizioni preconcette per cui sono disponibile a lavorare insieme agli assessori cuneesi della giunta Cota, se le loro iniziative politiche vanno a favore della provincia di Cuneo. I rapporti con Cirio, Sacchetto e Casoni sono, a livello personale, ovviamente buoni. Tutti e tre hanno la responsabilità di assessorati importanti e devono operare in carenza di risorse, dato che il governo, che è del loro stesso colore politico, ha effettuato pesanti tagli nei loro settori di competenza. Basti pensare alla scuola, ad esempio. Il giudizio sul loro operato preferisco rinviarlo più avanti, perché mi sembra prematuro esprimermi ora.

Nonostante la crisi anche in Granda sia data come ormai al tramonto, esistono anche da noi situazioni gravi come, ad esempio, la Cdm di Verzuolo e la Monetti di Monasterolo. Non crede che la politica, anche locale, abbia il dovere di farsi carico anche di queste situazioni?

La politica ha l’obbligo di occuparsi della crisi economica e deve essere capace di proporre interventi concreti. Il sistema Italia avrebbe bisogno di una manovra finanziaria diversa da quella da 28 miliardi proposta dal governo Berlusconi dove sono previsti solamente tagli indiscriminati e la lotta agli sprechi si è fermata di fronte agli interessi di parte. Il mio partito ha presentato una proposta di manovra economica da ben 65 miliardi di euro dove, a fronte di tagli, sono previsti investimenti importanti utili a far ripartire l’economia italiana. Solo così si può dare risposta alla crisi delle aziende come quelle che in provincia di Cuneo in questo momento sono in sofferenza. La crisi è mondiale e sono i governi che devono trovare le soluzioni per trovare soluzioni adeguate. La politica locale deve agire da pungolo verso il governo centrale.

A proposito: la giunta Gancia nel corso dell’anno si è trovata sul tavolo decine di situazioni precarie provenienti dal mondo del lavoro. Pur sapendo che i miracoli non sono di questo mondo come è stata, secondo lei, l’azione amministrativa provinciale?

Come ho detto, certi problemi sono di difficile soluzione perché rappresentano l’aspetto locale di una crisi a livello mondiale. La Provincia rappresenta l’ultimo anello della catena politica poiché certe decisioni, certi interventi, possono essere solamente programmati e suggeriti da Governo e Regione. La Provincia si è limitata a svolgere il suo compitino. Forse poteva fare qualcosa di più facendo sentire maggiormente la sua voce a Roma, dal momento che in campagna elettorale e anche dopo, la presidente Gancia ha vantato le sue conoscenze in alto loco come metodo per ottenere vantaggi per la Granda…

La situazione politica italiano è per usare un eufemismo caotica. Per voi e il vostro sanguigno leader Antonio Di Pietro qual è la ricetta migliore per uscire da questo pastrocchio?

Intanto cambiare la legge elettorale, perché oggi ai cittadini è rimasto unicamente il ruolo di certificatori della volontà dei partiti. Bisogna riconsegnare agli italiani la possibilità di scegliere chi deve rappresentarli in Parlamento, così come viene fatto in Regione o nei Comuni. Di questa situazione sono tutti colpevoli: il centrodestra che ha approntato la legge “porcata” e il centrosinistra che quando è stato al governo ha mantenuto la situazione inalterata. Altre strade da percorrere sono quelle di una maggior moralizzazione della politica, l’eliminazione delle leggi “ad personam”, l’introduzione di metodi più selettivi per la scelta dei candidati dei partiti, il limite del numero dei mandati elettorali per ogni politico, così come succede per i sindaci, il taglio netto dei benefit per i parlamentari, la riduzione del numero dei parlamentari e lo svecchiamento della politica con la messa “in pensione” dei politici che da troppi anni calcano la scena. Sono tutte proposte che, ovviamente, non saranno mai accettate, perché è la stessa casta che dovrebbe assumerle……

Ha mai fatto un pensierino ad una eventuale candidatura alle politiche? Sa, come si dice: l’appetito vien mangiando….

Sono già stato candidato alle politiche, nel 2001, e sono stato, come ho già detto, il primo degli esclusi al Senato. Se il partito mi riproponesse la candidatura accetterei, molto probabilmente, anche se prima preferirei fare in modo compiuto l’esperienza di consigliere regionale. Non si tratterebbe, però, di una questione di appetito, quanto del desiderio di rendermi utile in Parlamento per la provincia in cui sono nato e in cui vivo. Anche se sarà difficile crederlo, per me la politica è un modo di servire il prossimo ed è questo lo spirito con cui affronto le mie esperienze in questo campo. 10) In conclusione, Ponso, cosa le ha dato e cosa le ha tolto sul versante personale l’impegno in politica? In sostanza: non si è mai pentito di essersi presentato a Di Pietro un giorno e di avergli detto: se vuole, sono qui… Comincio da quello che mi ha tolto: parte del tempo che posso dedicare alla mia famiglia e qualche spazio che riserbo ai miei hobbies. Devo però ringraziare mia moglie e i miei figli, due femmine ed un maschio, che non mi fanno mai mancare il loro appoggio. Per contro, la politica mi ha dato la possibilità di impegnarmi per gli altri, di realizzare, nel mio piccolo, alcuni progetti utili per la collettività e mi ha permesso di conoscere molte persone, di confrontarmi con problemi di più ampio respiro. Per quanto riguarda Di Pietro, no, al momento non mi sono pentito della mia scelta. E poi, se gli dicessi di aver dei ripensamenti Di Pietro mi direbbe: “Ma che c’azzecca?”